martedì 23 agosto 2011

Ipposidra

Il barcone trainato dai cavalli lungo dei binari è l'Ipposidra, ideata, disegnata e realizzata da Carlo Cattaneo tra il 1844 ed il 1858; un esempio di multimodalità tra fiume (Ticino) e ferrovia, avanzata per quei tempi, oltre che di  ingegnosità e concretezza.
Il disegno del Cattaneo, qui riportato, è stato donato alla LIUC di Castellanza dalla signora Antonella Candiani.
Dell'Ipposidra (nome chimerico derivante dall'accostamento dei due termini greci che significano cavallo e acqua), lungo il suo percorso da Tornavento a Sesto Calende, resta ben poco, così come ben poco in concreto ci resta di quel pensatore capace di concepire e finanziare opere attente alle esigenze territoriali.
L'Ipposidra era una ferrovia decisamente particolare: fu realizzata nel 1858 per trasportare le barche provenienti da Milano, facendole trainare da cavalli, sui tratti non navigabili del fiume Ticino. L’opera, unica in Europa e impiegata fino al 1865 per congiungere via terra Tornavento (frazione di Lonate Pozzolo) e Sesto Calende venne ideata da Carlo Cattaneo.
Sulla sponda lombarda del Ticino sono tuttora visibili i resti dell’Ipposidra, la cui realizzazione costò all’epoca un milione e 700mila lire austriache.
A ben altri suoi omonimi sono invece oggi affidate le sorti, forse poco magnifiche e progressive, dei trasporti e delle infrastrutture lombardesche... tanto che dopo la "diaspora lombarda" che fu, oggi se ne rischia un'altra assai più devastante.

venerdì 15 luglio 2011

Risorgimento ritratto dal Vela

2011
Non solo anno del centocinquantenario italico
ma anche anno della chimica e del centenario artusiano


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Il Prof. Fabio Minazzi - docente presso l'Università dell'Insubria e assai noto anche in Ticino - annovera Carlo Cattaneo tra gli esponenti storici di primo piano del "razionalismo critico europeo":
“Psicologia delle menti associate” (Lugano, 1866): “L’occhio non poteva trovarsi armato (del telescopio) e guidato, se non in virtù di una lenta preparazione alla vita sociale. Quell’atto è l’ultima risultanza del lavoro delli avi e dei posteri: essa è l’opera di più generazioni associate”;
“La natura aveva già stabilito fra una gente e l’altra una disparità di condizioni, secondo la disparità delle cose utili o nocive e dei luoghi e dei climi. Le singole genti nelle loro singole patrie non potevano avvedersi se non di ciò che ella vi avesse posto. La presenza di certi frutti ovviamente alimentari e di certi animali o più mansueti o più feroci, il complesso d’una terra o d’un clima, d’una flora e d’una fauna, dettavano adunque agli aborigeni una serie di atti di attenzione coordinata alla serie delle più immediate necessità; e tanto quivi inevitabile quanto impossibile altrove. E così gli aborigeni dovevano costituire nelle singole regioni native le singole parti d’una superficiale analisi dispersa a frammenti su tutta la terra abitata. La rimanente natura giacque inosservata e indistinta. Era nel genere umano come s’ella non fosse”.

“Dell’insurrezione di Milano nel 1848” (Lugano, 1849): “Ora, tutte le istituzioni in Italia hanno da tremila anni una radice di repubblica; le corone non vi ebbero mai gloria. Roma, l’Etruria, la Magna Grecia, la Lega di Pontida, Venezia, Genova, Amalfi, Pisa, Fiorenza, ebbero dal principio repubblicano gloria e potenza. Mentre in Francia il vocabolo di repubblica suona tuttavia straniero, nella istoria d’Italia risplende ad ogni pagina, s’intreccia alle memorie del patriziato e della chiesa; sta nelle tradizioni delle genti più appartate. Gridar la repubblica nelle valli di Bergamo o del Cadore è così naturale come gridare in Vandea viva il re! L’avversione d’una parte dei nostri patrizii per la repubblica è cosa di recente origine; provenne loro dalli stranieri; e per effetto d’avvenimenti che appartengono alla patria nostra. La repubblica era dunque all’usurpatore di Genova più pericolosa vicinanza che non fosse il cognato suo l’arciduca. Pare anzi certo che in un manifesto a tutte le corti d’Europa il re attestasse, che invadendo il lombardo-veneto, egli intendeva solo d’impedire che vi surgesse una repubblica, la quale poi di terra in terra, e per mera virtù d’imitazione, avrebbe abbracciato tutta la penisola. Temeva però del pari che vi si annidasse qualche nuovo principe."


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Tra i personaggi effigiati da Vincenzo Vela ricordiamo anche Tommaso Grossi (Bellano, 1790 - Milano, 1853), poeta e scrittore tardoromantico e prerisorgimentale, ritratto dal Vela a figura intera; un appartenente a quella "linea lombarda" delle lettere, confluente nella "linea passionale" ed eroica del risorgimento: quella che alimentò non poca retorica celebrativa e patriottarda post-risorgimentale ma che nel corso degli eventi trovò sincera e schietta incarnazione in volti e figure emblematica come quella di Garibaldi. Estensore dell'atto di fusione del Piemonte con la Lombardia nel 1848, dopo la Prima Guerra d'Indipendenza, fu autore de "I Lombardi alla Prima Crociata".


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“Lettera di Garibaldi a Bertani”, Salemi (13 maggio 1860):
“Spinto nuovamente sulla scena degli avvenimenti patri, io lascio a voi i seguenti incarichi: Raccogliere quanti mezzi sarà possibile per coadiuvarci nella nostra impresa. Procurare di far capire agli Italiani, che se saremo aiutati dovutamente, sarà fatta l’Italia in poco tempo e con poche spese; ma che non avranno fatto il loro dovere, quando si limiteranno a qualche sottoscrizione. Che l’Italia libera di oggi, in luogo dei centomila soldati, deve armarne cinquecentomila; numero non sproporzionato alla popolazione… Che ovunque sono italiani che combattono oppressori, là bisogna spingere gli animosi e provvederli del necessario per il viaggio. Che l’insurrezione siciliana non solo in Sicilia bisogna aiutarla, ma nell’Umbria, nelle Marche, nella Sabina, nel Napoletano, ecc. dovunque sono nemici da combattere… Il nostro grido di guerra sarà: Italia e Vittorio Emanuele e spero che anche questa volta la bandiera italiana non riceverà sfregio”.

“Lettera di Cavour a Ricasoli”, Torino (16 maggio 1860):
“Garibaldi è sbarcato in Sicilia. E’ gran ventura che non abbia dato seguito al pensiero d’attaccare il Papa. Che faccia guerra la Re di Napoli non si può impedire. Sarà un bene, sarà un male, ma era inevitabile. Garibaldi trattenuto violentemente sarebbe divenuto pericoloso all’interno. Ora cosa accadrà? E’ impossibile il prevederlo. L’Inghilterra lo aiuterà? E’ possibile. La Francia lo contrasterà? Non lo credo. E noi? il secondarlo apertamente non si può, il comprimere gli sforzi individuali in suo favore, nemmeno. Abbiamo quindi deciso di non permettere che si facciano nuove spedizioni dai porti di Genova e di Livorno, ma di non impedire l’invio di armi e di munizioni, purché s’eseguissero con una certa prudenza. Non disconosco tutti gli inconvenienti della linea mal definita che seguiamo, ma pure non saprei segnarne un’altra che non ne presenti dei più gravi e più pericolosi”.


“Lettera di Vittorio Emanuele a Garibaldi”, Torino (22 luglio 1860):
“Caro Generale, Lei sa che allorquando Ella partì per la Spedizione di Sicilia non ebbe la mia approvazione: ora mi risolvo a darle un suggerimento nei gravi momenti attuali, conoscendo la sincerità dei suoi sentimenti verso di me. Per cessare la guerra fra Italiani e Italiani io la consiglio a rinunziare all’idea di passare con la sua valorosa truppa sul continente Napoletano, purché il re di Napoli si impegni a sgombrare tutta l’isola e lasciare liberi i Siciliani di deliberare e disporre delle loro sorti. Io mi serberei piena libertà d’azione riguardo alla Sicilia, nel caso che il Re di Napoli non volesse accettare questa condizione. Generale, ponderi il mio consiglio e vedrà che è utile all’Italia, verso la quale ella può accrescere i suoi meriti, mostrando all’Europa che, come sa vincere, così sa fare buon uso della vittoria”.

“Lettera di Garibaldi a Vittorio Emanuele”, Milazzo (27 luglio 1860):
“Sire, la M.V. sa di quanto affetto e riverenza io sia penetrato per la sua persona - e quanto io bramo di ubbidirla - però V.M. deve ben concepire in quale imbarazzo mi porrebbe oggi un’attitudine passiva, in faccia alle popolazione del continente Napoletano, ch’io sono obbligato di frenare da tanto tempo - ed a cui ho promesso il mio immediato appoggio. L’Italia mi chiederebbe conto della mia passività e credo che ne deriverebbe immenso danno. Al termine della mia missione io deporrò à piedi di V.M. l’autorità che le circostanze mi hanno conferito e sarò ben fortunato di ubbidirla per il resto della mia vita”.


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“Storia di dodici anni narrata al popolo italiano”, Giacomo Lombroso e Davide Besana, Milano (1866):
“Se duro fu mai sempre per una nazione il giogo impostole da un’altra nazione, perciocché ingenito sia nell’uomo il sentimento della propria indipendenza, doveva esserlo viemmaggiormente all’Italia, - che generò l’incivilimento di tutta Europa e fu a così dire la madre di tutte le nazioni, - il servaggio impostole da un popolo da secoli e secoli apportatore di barbarici feudali ceppi; da un popolo, strano miscuglio di culti, di lingue e di stirpi, - gotico aggregato di Nordiche torme - avido di rapine e di sangue, cui solo la verga poteva alquanto imbrigliarne gli eccessi; da un popolo sfrontato e senza pudore, che cacciato tante volte per impeto d’armi e di popolare giusto furore, piombava di nuovo ed irrompeva sulle nostre terre, guidate da duci spietati, inumani, feroci, onde prendervi stanza e gravitare su’ nostri destini, sulle franchigie, sulle coscienze, e fino sulle più tenere, più sante, più calde nostre aspirazioni, per soffocarle, per ispegnerle”.

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Giuseppe  Mazzini (Genova, 1805 - Pisa 1872) Significativamente assente al Vela, presenza significativa ma come fantasma tra i fantasmi di gesso, parla agli Italiani e soprattutto agli uomini della modernità.
“Agli Italiani” (Genova, 1853):
“Io considero - e noi tutti consideriamo - il federalismo come la peste maggiore che possa, dopo il dominio straniero, piombar sull’Italia: il dominio straniero ci contende per poco ancora la vita; il federalismo la colpirebbe d’impotenza e di condanna a lenta e ingloriosa morte in sul nascere. Rampollo d’un vecchio materialismo che è incapace d’affermare la collettiva unità della vita, non può coll’analisi scoprirne se non le manifestazioni locali e ignora la Nazione e i suoi fati, il federalismo sostituisce al concetto della missione d’Italia nell’Umanità un problema di semplice libertà e d’un più soddisfatto egoismo. Senza base di filosofia: - senza teorica d’antecedenti storici in Europa, dacchè tutte le federazioni non furono nel passato che concessioni imperfette alla tendenza unitaria, cadute, appunto perché imperfette, ogni qualvolta si scontrarono con l’unità già ordinata: - senza argomenti d’analogia nel presente, dacchè delle due sole confederazioni esistenti, la Svizzera e l’America, questa rappresenta la sola unità possibile tra i paesi di un continente intero, quella, formata per aggregazione successiva, rappresenta, la sola unità possibile tra popoli di lingua, razza, e di credenze diverse”.

“I doveri dell’uomo” (Londra, 1860):
“L’avvenire, della Patria e vostro, voi non lo fonderete se non liberandovi da due piaghe che oggi purtroppo, spero per breve tempo, contaminano le classi più agiate e minacciano di sviare il progresso Italiano: il Macchiavellismo e il Materialismo. Il primo, travestimento meschino della scienza d’un Grande infelice, v’allontana dall’amore e dall’adorazione schietta e lealmente audace della Verità: il secondo vi trascina inevitabilmente, con il culto degli interessi, all’egoismo ed all’anarchia”.


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Piero Calamandrei, 26 gennaio 1955, Milano - Salone degli Affreschi della Società Umanitaria
“Nella nostra costituzione c’è dentro tutta la nostra storia, tutto il nostro passato, tutti i nostri dolori, le nostre sciagure, le nostre glorie son tutti sfociati qui, in questi articoli e, a sapere intendere dietro questi articoli, ci si sentono delle voci lontane.
Quando io leggo nell’articolo 2 “L’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”, o quando leggo nell’articolo 11 “L’Italia rifiuta la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli, la patria italiana in mezzo alle altre patrie”, ma questo è Mazzini, questa è la voce di Mazzini!
O quando io leggo nell’articolo 8 “Tutte le confessioni religiose sono ugualmente libere davanti alla legge”, ma questo è Cavour!
O quando io leggo nell’articolo 5 “La Repubblica unica e indivisibile riconosce e promuove le autonomie locali”, ma questo è Cattaneo!
O quando nell’articolo 52 io leggo, a proposito delle forze armate “L’ordinamento delle forze armate s’informa allo spirito democratico della Repubblica, esercito di popolo”, ma questo è Garibaldi!
E quando leggo all’articolo 27 “Non è ammessa la pena di morte”, ma questo, o studenti milanesi, è Beccaria!
Grandi voci lontane, grandi nomi lontani, ma ci sono anche umili nomi, voci recenti. Quanto sangue, quanto dolore per arrivare a questa Costituzione!”.

martedì 12 luglio 2011

Risorgimento e Regio Insubrica


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Tra Natura e Unità d'Italia, l’eventualista di Luogo Eventuale potrà trovare ancora dei nessi (come già al Museo Vela lo scorso Giugno) a Lugano, nel Parco Civico di Villa Ciani.
La villa dei F.lli Ciani ospitò dal 1840 al 1852 la Tipografia della Svizzera Italiana, presso la quale stamparono loro opere Mazzini, Gioberti e Carlo Cattaneo; Villa Ciani fu quindi primario centro d’irradiazione delle idee progressiste e libertarie del Risorgimento Italiano, oltre che riparo per i vari esuli italiani.
Accanto a Villa Ciani, lungo il V.le Cattaneo, la Biblioteca Cantonale di Lugano conserva giornali, opuscoli, riviste ed opere risorgimentali stampate in Canton Ticino.
Ricordiamo che a Lugano-Castagnola, in Strada di Gandria al 4, si trova quella Casa Peri (oggi Cattaneo) in cui il Nostro dimorò in affitto per vent’anni e fino alla morte nel 1849, come ci ricorda l’epigrafe della vedova murata all’esterno della locale chiesa di San Giorgio; dal 2001 raccolti in una mostra permanente “Carlo Cattaneo. Italiano svizzero", cimeli, manoscritti, ritratti ed opere(Lun-Ven.9-12 o 14-17 su appuntamento).
Ha qui la sua sede dal 1992 l'Ass. omonima (http://www.associazionecattaneo.ch/), sodalizio di diritto elvetico riconosciuta dal Mininistero Italiano per gli Affari Esteri e dalla Regio Insubrica, per la promozione degli scambi culturali tra Italia e Svizzera nell'ambito delle scienze umane, economiche e politiche.
A Vezia invece, appena fuori Lugano, sede del "Centro studi bancari", si trova Villa Morosini-Negroni che ospitò tra gli altri Giuseppe Garibaldi.
Info.ulteriori al sito www.lugano.ch/cultura.

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martedì 28 giugno 2011

Risorgimento svelato al Vela

Voci Risorgimentali in Spiriti di Gesso, Liberate


26 giugno 2011, Ligornetto (CH)


Il Luogo Eventuale ha voluto ridare voce ai muti ma parlanti personaggi risorgimentali effigiati da Vincenzo Vela e raccolti in quella che fu la sua “casa-museo”; si è cercato, con la lettura a più voci, di delineare quelle tre linee che s’intrecciarono nel grand recit risorgimentale, che vennero magnificamente colte ed evocate dal grande scultore di Ligornetto: “Le Tre linee” al Vela, o della razionalità (Cattaneo), della passionalità (Garibaldi) e della “diplomazia” (Cavour).



Carlo Cattaneo
(Milano, 1801 - Castagnola, 1869).
Ritratto dal Vela in un medaglione: statista dallo sguardo lungo, come il cannocchiale  di Galileo (effigiato dallo scultore di Ligornetto all’ingresso della sua dimora); ecco la “linea razionale” del Risorgimento allineata a quella “illuminista”, sottotraccia all’epoca, ma in seguito emersa ed affermatasi nel corso del ’900; quel Cattaneo che, esule in Svizzera, stampava i suoi ed altrui scritti a Lugano e presso la Tipografia Elvetica di Capolago, ad un passo da questa casa-museo. 


Giuseppe Garibaldi
(Nizza, 1807 - Caprera, 1882).
L'Eroe dei due Mondi, il rivoluzionario passionale, sanguigno: il condottiero e la guida del Risorgimento.
 


Camillo Benso Conte di Cavour
(Torino, 1810 - 1861)
La “linea pragmatica” del Risorgimento, lo stratega della real politik risorgimentale, il mediatore tra quella “razionale” dei Cattaneo e quella “passionale” ed appassionata dei Garibaldi. Se nel suo Pantheon risorgimentale  il Vela lo ritrae naturalisticamente non in posa ma in una postura quasi domestica, fautore del trattato di “libero scambio” nel Regno di Sardegna, tra i suoi “bozzetti” - che in realtà più che degli sketch sono delle vere e proprie “operette”, dei definitivi su piccola scala, per la cura del dettaglio - invece lo ritroviamo allegoricamente celebrato e monumentalizzato per la Piazza della prima capitale del regno.

lunedì 20 giugno 2011

Sopra-Luogo Eventuale

Da Spartaco a Garibaldi

Simboli della lotta di liberazione dei patrioti milanesi e lombardi sottomessi al giogo austriaco



e "Macchia"


 
Deal!


lunedì 13 giugno 2011

Considerazioni Eventuali

Il Risorgimento è una delle pagine più belle della nostra storia e fu accompagnata come poche altre dalla musica.
L'incontro sul pensiero federalista nell'8oo è stato per il Luogo Eventuale l'occasione di presentare e proporre un breve racconto in musica attraverso quel secolo, immaginando di trovarci in quelle vicende risorgimentali che furono contrappuntate da inni e canti a cominciare dall’addio del volontario che parte per il fronte (prima guerra di indipendenza) meglio noto come “Addio, mia bella, addio”, o, da “La bella Gigogin” scritta alla vigilia della seconda guerra d’indipendenza.
Anche nell’opera lirica, arte popolare per eccellenza del XIX° secolo, gradita anche alla borghesia più illuminata, molti sono gli accenni e le allusioni ai fermenti patriottici, nonostante l’assiduo ostruzionismo delle censure austriaca, papalina e borbonica. Quest’arte, che divenne un forte catalizzatore sociale ed un facile veicolo di entusiasmi, giocò un ruolo fondamentale nel processo che condusse tra diplomazia e guerre alla unificazione nazionale. La musica costituiva per tutti un idioma comune e poco contava l’origine, borbonica o papalina dei compositori più o meno famosi.
Non possiamo dire quanto la musica sia stata ispirata da quegli ideali di unità e libertà o quanto, viceversa, la musica abbia influenzato quegli straordinari avvenimenti che portarono all’unificazione nazionale.
La musica del Risorgimento è magnifica, grandiosa e sfarzosa, adatta a scuotere gli animi, ad infondere coraggio e ad armare i più audaci contro gli oppressori: resta celebre l’episodio del 10 gennaio 1859 alla Scala di Milano con i loggionisti a scalmanarsi al coro “Guerra, guerra!” in atteggiamento antiaustriaco e con gli ufficiali asburgici in platea a rispondere altezzosamente alla provocazione e, non dimentichiamo che qualche anno prima, il 12 marzo 1857, la prima rappresentazione del Simon Boccanegra alla Fenice di Venezia, venne accompagnata con l’esaltante grido di “Viva Verdi!” (Viva Vittorio Emanuele Re d’Italia).
Ed infatti le opere di allora sono opere eroiche dove il tema della insurrezione è sempre presente, ricordiamo l’opera “Fernand Cortez” di Gaspare Spontini (commissionata da Napoleone nel 1809) imperniata sulla resistenza azteca alla conquista spagnola, o le opere di Gioacchino Rossini “Mosè in Egitto” del 1818 contro la tirannide dei Faraoni ed il “Guglielmo Tell” del 1829 sulla indipendenza dei cantoni svizzeri, la musica è trionfale e vittoriosa.
Non solo le musiche ma anche i testi non fanno eccezione al tema della insurrezione.
Si narra che i due fratelli Attilio ed Emilio Bandiera, prima di essere fucilati, intonassero la seconda strofa del coro “Aspra del militar” tratta da “Donna Caritea, regina di Spagna” del 1826 di Saverio Mercadante cantando “Chi per la patria muor / vissuto è assai”, e divenendo così uno dei cori più celebri dell’epoca. Un’altra vicenda simile accadde alcuni anni dopo, quando a salire sul patibolo era Angelo Scarsellini, trentenne originario di Legnago, che la sentenza austriaca qualificò come “macellaio”, ma che, in realtà, era un giovane agiato e colto, figlio di un pretore, entusiasta patriota, il quale, a chi lo aveva danneggiato nel processo con le deposizioni delatorie, mandò il suo perdono esortandolo a morire da italiano, e per suo conto, attendeva serenamente nel carcere l’esecuzione della sentenza, cantando l’aria “Il palco è a noi trionfo” dal “Marin Faliero” del 1835 di Gaetano Donizetti.
Non possiamo non ricordare Vincenzo Bellini e la rabbia guerriera dei Druidi di Norma del 1831, insofferenti del dominio romano o, I Puritani sempre di Bellini del 1835: “Suoni la tromba e intrepido io pugnerò da forte: bello è affrontar la morte gridando libertà. Amor di patria impavido mieta i sanguigni allori, poi terga i bei sudori e i pianti la pietà”.
E’ sicuramente in Giuseppe Verdi che il patriottismo italiano trova la sua massima espressione tanto da rimanere nel cuore degli italiani, a rappresentarne la parte migliore e più illuminata: ricordiamo il coro dal “Nabucco” del 1842, che esalta la nostalgia di un intero popolo oppresso per la patria “sì bella e perduta”, gli accenti patriottici e guerreschi de “I Lombardi alla prima crociata” del 1843 con la malinconica preghiera corale “O Signore dal tetto natìo” e, “La battaglia di Legnano” del 1849, scritta dopo le Cinque giornate di Milano e, basata sulla lotta della Lega lombarda contro Barbarossa.
Grazie anche ad opere come “Ernani”, protagonista di una congiura regicida, del 1844 o “Attila” del 1846, in cui Aquileia si rivolta contro l’oppressore Unno, ma anche “Macbeth” ed “I Vespri siciliani” del 1855, inneggiante alla rivolta siciliana contro gli Angioini, Verdi diventa un simbolo di italianità e un convinto cantore del Risorgimento e di quella patria ancora da unire e da venire.
Rimane ricordo indelebile della nostra memoria quel “Valzer brillante”, opera di Giuseppe Verdi rimasta inedita, voluta da Luchino Visconti ne “Il Gattopardo”, che ha accompagnato tutta la scena finale del ballo, a testimoniare i sontuosi ambienti e le vestigia di un glorioso passato che assistono impotenti al loro declino dovuto all’irruzione del nuovo Regno d’Italia.
Ed i sentimenti dei primi anni dell'unificazione italiana non potevano che ispirare nel 1890 Pietro Mascagni e la sua “Cavalleria Rusticana”, la cui dolcezza delle note ci lascia finalmente apprezzare oltre all’esecuzione di un vero capolavoro anche il compimento di una grande opera e la realizzazione del sogno di tutti quelli che caddero per la patria.
Nella musica del XIX° secolo troviamo tutti noi: la nostra storia, il nostro passato, i nostri dolori, le nostre glorie.

lunedì 6 giugno 2011

Il Comitato Italo-Svizzero per la pubblicazione delle opere di Carlo Cattaneo

La ricostruzione fatta da Fabiano sulla tipografia storica Ticinese mi suggerisce di portare a conoscenza il comitato Italo-Svizzero per la pubblicazione delle opere Cattaneiane che è rimasto in vita una settantina d'anni e, probabilmente, si lega in qualche modo alle pubblicazioni.
Del comitato fecero parte personaggi illustri della cultura. Poichè sono numerosi mi limito a citare i più importanti, o meglio i più conosciuti facendo ammenda per coloro che non saranno inclusi nell'elenco, come Norberto Bobbio, Alessandro Levi, Giuseppe Martinola - primo presidente del comitato -, Adriana Ramelli, Leopoldo Marchetti - dirett. delle raccolte civiche di Milano - Antonio Banfi, Mario Boneschi, Stefano Jacini, Ernesto Treccani, Alessandro Visconti.
Le opere pubblicate sono numerose: nel 1948 venne pubblicato "Dell'insurrezione di Milano nel 1848 e della successiva guerra" con un postscriptum di N. Bobbio e ripubblicato gli "Scritti letterari"; nel 1949 vedeva la luce il primo volume dell' "Epistolario" curato da Rinaldo Caddeo; occorrerà attendere il 1956 per la pubblicazione degli "Studi Economici" curati da Roberto Bertolino e sotto la nuova presidenza di Plinio Bolla ; "Gli scritti storici e geografici" vedono la luce nel 1957 curati Gaetano Salvemini e Ernesto Sestan autore, peraltro, di una biografia del nostro "Cattaneo giovane"; quattro anni dopo vennero pubblicati i tre volumi degli "Scritti filosofici" curati da Norberto Bobbio (il secodo e il terzo volume raccoglievano le lezioni tenute dal Cattaneo presso il liceo cantonale di Lugano); Fra il 1964 e 1965 vengono pubblicati a cura di Mario Boneschi gli "Scritti politici" divenuto nel frattempo presidente del Comitato ; la nuova edizione degli "Scritti Letterari" venne affidata, in un primo momento a Mario Fubini al quale subentrò, a seguito della morte di questi, Pietro Treves che vedranno la luce nel 1981 in due volumi; nel 1988 vengono pubblicati "Bibliografia degli scritti su Carlo Cattaneo" a cura di Danilo Massagrande e sotto la nuova presidenza del luganese Franco Masoni.
Come si può intuire il lavoro svolto dal Comitato, nonostante le difficoltà incontrate di carattere ecomico, ha dato un grandissimo contributo alla diffusione del pensiero Cattaneiano che ha spaziato in  tanti campi del pensiero.
Un'ultima annotazione. Per meglio capire cosa comprendessero gli scritti politici cito i temi che ivi erano trattati: La rivoluzione Europea; Agli Inglesi sulle cose d'Italia; Libertà Elvetica e suoi nemici; Pubblico Insegnamento; Critica all'assolutismo e preparazione della democrazia; Politiche contro i moderati; Le istituzioni economiche e sociali dell'Irlanda; All'opposizione contro l'ordinamento e la politica del regno e per l'avvenire della nazione.

Tito F. Tosi

mercoledì 11 maggio 2011

Alcune considerazioni in attesa del 20 maggio (2.0)

Negli anni tra il 1830 ed il 1853, è rimasta in attività, nella vicina Svizzera, una società, costituita il 9 ottobre 1830 a rogito del notaio Antonio Raimondo Rusconi di Rovio, con denominazione “Tipografia Elvetica” e sede a Capolago.
L’indirizzo conservatore della tipografia è evidente nella stampa, fino al 1835, di opere che possono oggi essere definite inoffensive.
Ad un certo punto interviene però un deciso cambio di rotta, idee sovversive cominciano a fluire in tipografia attraverso gli esuli italiani, rifugiatisi dal Lombardo-Veneto occupato nelle Prefetture italiane della Confederazione elvetica, riunite nel 1803 a formare il nuovo Cantone Ticino.
L’arte della tipografia raggiunge così nel Cantone Ticino un notevole sviluppo tecnico ed acquisisce un ampio raggio di distribuzione della produzione libraria paragonabili a quelli di due soli altri stati: la Repubblica di Venezia e le Province unite dei Paesi Bassi indipendenti.
Ciò è dovuto, almeno in parte, all’asilo che questo paese assicura sino dal 1791 a profughi e a perseguitati politici italiani.
La presenza dei perseguitati politici lombardi, tra cui anche Carlo Cattaneo, imprime alla stamperia un deciso orientamento risorgimentale.
Carlo Cattaneo proponeva un vasto programma di riforme politiche, inteso ad assicurare gradualmente al Lombardo-Veneto l'indipendenza nell'ambito di una federazione di popoli soggetti all'Austria, primo passo verso una federazione indipendente del popolo italiano. Dopo le Cinque giornate di Milano, durante le quali fu a capo del Consiglio di guerra, iniziando così la fase della sua politica attiva, dovette cedere il campo ai moderati filo-piemontesi e nell'agosto si ritirò a Parigi e, poi in Svizzera.
Grazie all'opera di Carlo Cattaneo, vengono pubblicati i ventotto tomi della collana “Documenti della Guerra Santa d’Italia” (1849-1852); i primi due tomi dell’Archivio triennale delle cose d’Italia (1850-1851), diretto dallo stesso Cattaneo, oltre all'opera in sette volumi “Carte segrete e atti ufficiali della polizia austriaca in Italia dal 4 giugno 1814 al 22 marzo 1848” (1851-1852), coordinata sempre dal Cattaneo.
La Tipografia Elvetica verrà sciolta il 26 marzo 1853, non prima di aver trasferito l'attività in Piemonte, dove lo Statuto del 1848 introdusse una moderata libertà di stampa.
Fra gli autori pubblicati dalla Tipografia Elvetica ricordiamo Gioberti, Balbo, d’Azeglio, Rusconi, Cattaneo, De Boni, Ferrari.

Alcune considerazioni in attesa del 20 maggio (1.0)

Quale Italia avrebbe voluto il Cattaneo ce lo dirà l'accademico di turno; ma la domanda che dovremmo porci è: che Europa vorremmo noi, italiani del 2011, in un mondo tutt'altro che liberato dai nazionalismi statalisti e dai poteri forti transnazionali? Forse l'Italia che avrebbe voluto Cattaneo era già una parte della risposta a questa domanda...
A pochi giorni dalle amministrative, non occorre un sondaggista per prevedere un incremento delle astensioni, spesso seriamente motivate da una rappresentatività assai poco rappresentativa. Se la Costituzione non fosse considerata un tabù, andrebbe ripensata e rivista al fine di dare una qualche rappresentatività parlamentare a chi non si sente rappresentato dalle liste elettorali calate dall'alto o dettate dal populismo di facciata delle cosidette ''primarie''. Poichè la ''politica'' ha fallito di fatto in quanto a capacità di ricondurre il ''non voto'' nell'alveo dell'arco costituzionale esistente, non resta che rimediare a questo deficit di rappresentatività costituzionalmente. In democrazia le minoranze, e per ora il ''non voto'' è ancora tale, dovrebbero avere gli stessi diritti delle maggioranze relative e/o assolute: diversamente il rischio di una dittatura delle masse (oligarchicamente condizionate e controllate...) è alto! Ed oggi l'Italia assomiglia sempre più ad una repubblica sovietica come non ce ne sono più neppure nel vicino Est...
maurizio medaglia

lunedì 7 febbraio 2011



LUOGO EVENTUALE
presenta

GARIBALDI A VARESE
per raccontare la storia
nel 150° Anniversario dell'Unità d'Italia

Venerdì 18 marzo 2010
Sala del Consiglio Comunale
Piazza Mauceri - Venegono Superiore


lunedì 10 gennaio 2011

Giorno della Memoria

con il patrocinio del
COMUNE DI VENEGONO SUPERIORE
propone il
“GIORNO DELLA MEMORIA”
Giovedì 27 Gennaio alle ore 20,45 presso
la Sala del Consiglio Comunale in P.zza Mauceri - Venegono Superiore


LA PROIEZIONE DEL FILM “FRATELLI D’ITALIA?”
Un film per tramandare la storia di M. Zanetti e D. Barezzi
Introduce e modera il dibattito DANIELA FRANCHETTI
(Istituto Varesino “L. Ambrosoli” per la storia dell’Italia contemporanea)

INGRESSO GRATUITO - INGRESSO GRATUITO

lunedì 6 dicembre 2010

il luogo eventuale

una libera associazione culturale.
un titolo campionato dall’opera poetica di Ingeborg Bachmann.
un cantiere cognitivo e ideativo.
un luogo progettuale, volto alla promozione di tutti quegli elementi che sono lo scopo dell’associazionismo.
una titolazione concretamente attivata dalla dialettica con il così detto “non luogo” e con l’incultura dell’evento fine a se stesso.
un evento culturale non ridotto a mero intrattenimento.
un contenitore dove tutto questo possa diventare un gesto naturale.